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«Addio amata provincia...»

L’emigrazione sessuale: gay, lesbiche, trans scappano dalle piccole città verso le grandi. Per poter essere se stessi. Ma c’è chi resta. Come il protagonista del libro “Follia portami via”.

di , Liberazione, 17 maggio 2005, pag. 3

Nascere in provincia, come me: sono nata a Foggia, una città così vicina a Bari ma terribilmente lontana da Amsterdam, una città dove la presenza di gay era fondamentale altrimenti la gente non avrebbe saputo di cosa parlare male. A 20 anni mi sono trasferita a Roma, una città che mi avrebbe dato non solo più opportunità nel lavoro ma anche una migliore vivibilità per motivi sessuali. Rientro nel tipico caso di “emigrata sessuale”, quel fenomeno che vede migliaia e migliaia di gay, lesbiche e transessuali trasferirsi dalla propria cittadina, dalla propria famiglia, dai vecchi amici per andare a vivere in una città più grande dove ci sono associazioni, luoghi di aggregazione… in altre parole spazi di vita.

Dopo 20 anni a Foggia ci sono ritornata per sostenere Vendola alle Regionali (che ha vinto): che sorpresa! Chi lo avrebbe mai detto. Nella centralissima piazza Cavour sul palco c’ero io in alta uniforme (“alta” per via dei tacchi) e una folla di giovani e meno giovani ad applaudirmi. Ho capito che anche i piccoli centri si stanno “sprovincializzando”... o è stata solo una mia impressione?

Facciamo insieme un piccolo viaggio nella provincia italiana, allacciamoci le cinture di sicurezza (che quelle di castità le ho slacciate da un pezzo). Da Foggia a Pordenone: è da poco uscito nelle librerie Follia portami via (ed. Biblioteca dell’Immagine, euro 12,00) di Alessio Pasquini che racconta la vita di Alfredo Follia, un personaggio molto noto in quel del Friuli: «Mio padre era troppo assente per curarsi di ciò che combinavo, e abbastanza tollerante da ammonire senza cattiveria le imitazioni canore di Party Pravo e Raffaella Carrà che offrivo gratuitamente dal palco del salotto. Adoravo truccarmi, indossavo di nascosto vestiti femminili e la casa si trasformava in una serpentina di passerelle e di specchi per gratificare l’incessante bisogno di apparire, manifestarmi, esibirmi. Ecco che cosa stavo succedendo: preparavo il mistero della mia rivelazione, la trasfigurazione mistica di Alfredo (...)». Di sicuro per un gay che, come me e Alfredo, oltre alla visibilità ha anche la fosforescenza, è impossibile passare inosservati. Gli chiedo come mai non è andato via da Pordenone: «Ho fatto vari tentativi: ho vissuto all’estero, ho lavorato sulle navi., ma è in Friuli che io ho le mie radici, la stima di ognuno conquistata, ho seminato in provincia e ora raccolgo consensi. Se io andassi via farei del male a tutti gli altri gay che vedono in me un punto di riferimento, in ogni piccola cittadina deve esserci il gay noto e scoperto. Restare per me è stato anche un atto di coraggio, un atto ricompensato: 3 anni fa ero candidato per le comunali nella lista di Rifondazione Comunista e ho preso molti voti».

Per chi vuole scoprire di più della vita dei gay in provincia tramite la letteratura non si può prescindere dalle opere di Gilberto Severini, in particolare La Sartoria e Ombre in soffitta: anche questo scrittore (definito da Tondelli “lo scrittore della provincia”) nato a Osimo ha scelto di continuare a vivere nelle Marche e di raccontare nelle sue opere il “non detto” della provincia perché “o si vive o si scrive”. Un altro gay “ad personam” è Marco (chiamato da tutti “Marchino”) del circolo Arcigay “Leonardo Da Vinci” di Grosseto: “Ormai ho una certa età, non ci penserei proprio ad andare via dalla mia Grosseto che è poi poco lontana sia da Roma che da Firenze… Qui ho la mia famiglia, sono legato ai miei affetti, sono accettato in casa, senza problemi, la gente mi vuole bene. Perché andarmene?». Andiamo più al Sud: Lucia vive in provincia di Matera, è lesbica ma non ha fatto il “coming out” in famiglia: «II paese è piccolo e la gente mormora. Ho una compagna da oltre 7 anni in un paesino non lontano dal mio. Per tutti siamo solo due grandi amiche anche se tutti i nostri parenti ci chiedono quando troviamo marito… ho un lavoro discreto e anche se trasferirmi in città mi darebbe migliori opportunità lavorative preferisco non lasciare i colori, gli odori e i sapori della terra dove sono nata».

In questo contesto assume un’importanza notevole il prossimo Pride che si terrà a Salerno il 24, 25 e 26 giugno, di cui il portavoce è Pasquale Quaranta, una persona che in quanto al rapporto tra omosessualità e provincia ne sa parecchio: «Vivo a Battipaglia, e non è tutto rose e fiori… in una piccola realtà devi rendere conto a tutti, anche al macellaio. Per fortuna il barbiere, che è l’opinion-leader del paese, è dalla mia parte: quando parlai in una chiesa di Rignano Garganico della mia omosessualità ci fu un gran parlare sui giornali, compreso il locale La Voce, e quando mi andai a tagliare i capelli era impossibile non affrontare l’argomento». A Salerno ci sarà un Pride laico con varie iniziative: convegni sulle pari opportunità con la partecipazione di politici locali, un convegno sull’Agedo (Associazione dei genitori di omosessuali), concerti di musica popolare… una grande opportunità di riscatto per la provincia nel Sud.

Si calcola che circa il 50% della comunità lesbo-gay che vive a Roma, Milano e Torino sia di origini diverse dalla città in cui risiede. Sicuramente il graduale miglioramento delle condizioni di vita in provincia prima o poi farà diminuire la percentuale di “emigrazione sessuale”, almeno quella italiana: sono infatti molti i casi di persone che emigrano da paesi stranieri dove l’omosessualità è condannata anche con la morte. Si faranno mai passi significativi per riconoscere i diritti d’asilo per questi perseguitati?

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Vladimir Luxuria
Vladimir Luxuria © vladimirluxuria.it

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