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Interrogativi sull'affettività omosessuale

Chiesa. Intervista a mons. Luigi Bettazzi: “Tocca alle Chiese far comprendere – anche sulla base delle valutazioni genetiche e scientifiche – che si tratta di situazioni naturali da riconoscere e accettare, e che ogni atteggiamento discriminatorio è lesivo di umanità...”

di , Rocca, 15 luglio 2005, p. 36-37

Mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, è uno dei più noti teologi dell’episcopato italiano, per la progettualità pastorale e per il suo rapporto con la gioventù. Lo dimostrano i suoi scritti: Riconciliazione fraterna; Ateo a diciott’anni; Il Cristiano e la pace; Giovani per la Pace.

Teologo, ma è anche stato professore di filosofia, di storia della filosofia e della morale sociale, padre conciliare, presidente della commissione «Justitia et pax» della Cei ed è una delle figure di riferimento per il movimento pacifista di ispirazione cristiana.

Secondo lei, la teologia e il magistero hanno detto l’ultima parola sulla sessualità umana?
Teologia e Magistero considerano l’unione sessuale completa come atto destinato alla procreazione, cosicché può essere compiuto solo in modo fisiologicamente orientato ad essa, pur ammettendo che si possa considerare il calcolo dell’infertilità dell’atto (giudicandolo allora in base al motivo di quella scelta, se cioè nasca da egoismo o da valutazione di opportunità). Ma lo stesso Paolo VI, al termine del documento «Humanae vitae» sulla sessualità, invitava a continuare a studiare.

Lei ha partecipato al Concilio Vaticano II. Secondo lei, questo Concilio aiuta la Chiesa a valutare le relazioni omosessuali in modo diverso rispetto al passato?
Il Concilio Vaticano II ha puntualizzato che la sessualità è ordinata come fine primario all’amore, e come fine subordinato alla procreazione. Il problema è se in casi particolari si possano disgiungere le due finalità, quasi che il raggiungimento del fine primario possa talora mettere tra parentesi il fine subordinato.

Eccellenza, quale cammino di fede proporrebbe alle ragazze lesbiche e ai ragazzi gay di oggi?
Li inviterei a rendersi conto di questa situazione, che riconosce la differenza di tendenze, pur senza per ciò stesso ammettere un uso pieno della sessualità che non sia matrimoniale.

Quale cammino di vita cristiana per due giovani lesbiche o due giovani gay che scoprono di amarsi e che riconoscono in loro la vocazione a vivere insieme?
Con questa premessa e a queste condizioni possono essere incoraggiati a vivere insieme.

I gruppi di persone omosessuali credenti, secondo lei, sono in grado di comprendere la complessa realtà dell’essere persona omosessuale oggi?
Forse la difficoltà sta nel fatto che automaticamente si ritengono autorizzati all’uso pieno della sessualità. Ma forse questa fondamentale è quella che giustifica un gruppo in cui ci si voglia aiutare ad affrontarla alla luce della fede.

In quale misura questi gruppi possono essere considerati parte della Chiesa?
È chiaro che se la loro finalità è valutare la loro situazione e i loro problemi alla luce della Parola di Dio, vanno considerati legittimi entro la Chiesa.

Lei è stato membro nonché presidente di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la promozione della pace e dei diritti umani, contro l’emarginazione sociale in tutto il mondo. C’è qualche legame, secondo lei, tra l’attività di Pax Christi e le difficoltà che incontrano molti omosessuali anche all’interno della Chiesa?
Pax Christi non ha mai usato discriminazioni, all’esterno né al suo interno. Per questo sente di poter essere testimone ed operatrice di pace anche in questo settore.

Molte persone omosessuali nascondono la loro identità alla propria famiglia. La Chiesa cattolica può educare le famiglie ad accogliere le proprie persone omosessuali?
Credo che vada fatto capire alle famiglie che la omosessualità è una condizione naturale che va riconosciuta, compresa, aiutata proprio in primo luogo dalla famiglia.

Fra gli Anglicani ha prodotto divisioni la nomina di un vescovo gay dichiarato. In casa cattolica i sacerdoti omosessuali devono nascondere la loro identità. I «talenti» sacerdotali dipendono forse dalla tendenza omosessuale?
Credo che il problema sia nell’uso pieno della sessualità attiva, che crea problemi, come lo crea la eterosessualità al di fuori del matrimonio.

In Italia esistono gruppi di sacerdoti omosessuali e alcuni vescovi sono gay. Come aiutare queste persone ad essere sempre più se stesse e a loro agio all’interno della Chiesa?
Credo che sacerdoti e persone consacrate dovrebbero sentirsi chiamate a quest’opera di chiarimento e di pacificazione all’interno della comunità ecclesiale.

Nella prefazione a «Il posto dell’altro1», riconoscendo il valore di «un’affettività omosessuale», si chiedeva: «... fin dove questa potrà spingersi, sul piano morale e poi sul piano giuridico?». Oggi si discute di Patti Civili di Solidarietà, i cosiddetti Pacs, che tutelano i diritti specifichi delle coppie omosessuali. Cosa ne pensa?
In quel mio scritto rilevavo come la dimensione sessuale caratterizzi le espressioni di amore anche fra persone dello stesso sesso. Il chiedersi fin dove possano spingersi faceva intravedere come possono esserci manifestazioni molto forti di affettività anche senza giungere – se non occasionalmente e preterintenzionalmente – allo sfogo pieno della sessualità. In questa luce hanno diritto ad un riconoscimento legale della loro convivenza, anche se questo non va identificato come matrimonio.

Recentemente Amnesty International ha pubblicato un rapporto di denuncia sulla persecuzione delle persone omosessuali, torturate, maltrattate, violentate e uccise a motivo del loro orientamento sessuale. Secondo lei, la Chiesa cattolica potrebbe contribuire ad eliminare queste gravi discriminazioni e con ciò essere testimone di pace? Come?
In molte parti del mondo (ed anche in settori di Chiese) l’omosessualità viene considerata come una devianza e una colpa. Tocca alle Chiese far comprendere – anche sulla base delle valutazioni genetiche e scientifiche – che si tratta di situazioni naturali da riconoscere e accettare, e che ogni atteggiamento discriminatorio è lesivo di umanità (e… del Vangelo!).


1 Aa. Vv., Il posto dell’altro. Le persone omosessuali nelle chiese cristiane, Edizioni La Meridiana, Molfetta 2000, p. 10

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