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Brunetto Latini, Dante e l'omosessualità

Esce in questi giorni La Divina Commedia a cura di Francesco Gnerre. Lo abbiamo intervistato.

di , 3 maggio 2012

Intervista a Francesco Gnerre, studioso e docente di letteratura gay, autore di un nuovo commento alla Divina Commedia che esce in questi giorni per la casa editrice Petrini – De Agostini Scuola.

Per chi ti conosce come esperto di letteratura contemporanea, è un po’ una sorpresa leggere un tuo commento alla Divina Commedia in qualità di dantista.
Ho insegnato italiano per più di trent’anni in un liceo e la Divina Commedia, come è noto, occupa un posto di primo piano nel canone scolastico. Per più di trent’anni ho quindi frequentato Dante e conosco i vari commenti in circolazione, opere per lo più di accademici, esperti di Dante ma meno delle complesse modalità di apprendimento di ragazzi di quindici-diciotto anni. E così dopo aver mediato per tanti anni tra gli studi accademici e la scuola sono arrivato ad avere la presunzione di poter lavorare ad un commento che tenesse insieme le acquisizioni della critica dantesca, ma anche le esigenze dei giovani e i loro interessi.

Quanto tempo hai impiegato a curare quest’opera monumentale?
Molti anni. Debbo aggiungere però che già una ventina di anni fa insieme ad una mia collega, Franca Mariani, esperta di didattica della letteratura e organizzatrice di corsi di aggiornamento per insegnanti, avevo lavorato sulla Commedia e quella esperienza mi ha aiutato molto.

Quali sono le caratteristiche di questo commento?
Il libro è in forma mista: 38 canti costituiscono il libro vero e proprio. Guide alla lettura, parafrasi e note, esercizi, inserti di contestualizzazioni favoriscono una comprensione più agevole; gli altri canti sempre spiegati con parafrasi e note sono su cd. Ho lavorato poi, insieme alla casa editrice, ad una estensione online dove sono stati inseriti ampi brani delle altre opere di Dante, utili per comprendere la Divina Commedia e una vasta antologia della critica dantesca. Insomma si è cercato di mettere a disposizione degli studenti e degli insegnanti molto materiale, senza pubblicare un libro voluminoso e costoso. Un’altra caratteristica è il percorso iconografico che si trova sia sul libro cartaceo che online. Si tratta di un altro commento che, a livello iconografico (miniature, affreschi, opere di pittori che si sono ispirati a Dante), accompagna e integra il mio commento.

Da molti anni ti occupi di letteratura gay con i tuoi libri (L’eroe negato soprattutto) e con la collaborazione a mensili gay, prima Babilonia, poi Pride. Come concili questo tipo di impegno con l’attività di insegnante?
L’insegnamento e la letteratura gay sono due filoni su cui ho lavorato tutta la vita. Credo che i due percorsi si concilino e siano più vicini di quanto si potrebbe pensare. Gli studi gay, e più in generale gli studi culturali, hanno come obiettivo quello di rimuovere pregiudizi, di cancellare stigmi, di promuovere un confronto corretto e sereno con l’alterità, sia essa sociale, sessuale, etnica, cronologica. Sono obiettivi che dovrebbero essere perseguiti nella scuola. Anche leggere i classici e in questo caso la Commedia di Dante è per me un affascinante percorso di conoscenza di sé e di comprensione dell’alterità.

La tua frequentazione della letteratura gay e il tuo impegno nella lotta ai pregiudizi legati all’omosessualità ha influito nel tuo commento alla Commedia?
Penso di sì, nel senso che in tutte le cose che una persona fa riversa le proprie esperienze, il proprio bagaglio culturale, le proprie letture, i propri interessi, la propria vita. Il mio impegno nella lotta per la liberazione gay ha certamente influito anche nel mio commento alla Commedia facendomi prestare attenzione ai temi relativi all’alterità, al punto di vista degli emarginati e degli esclusi, inducendomi a privilegiarli. In fondo, come dicevo, anche studiare la Commedia significa confrontarsi con una alterità, che è storica e culturale.

Secondo alcuni, collocando Brunetto Latini nell’Inferno, Dante è il primo omofobo della cultura italiana. Tu sei d’accordo? Come hai trattato nel tuo commento l’episodio di Bruneto Latini?
Il discorso è complesso, ma non credo sia il caso di parlare di omofobia a proposito di Dante. L’omofobia, come la conosciamo noi, nasce nell’Ottocento quando viene inventata “l’omosessualità”, quando gli omosessuali diventano una categoria. Dante è un uomo del suo tempo e come uomo del suo tempo costruisce il suo Inferno sulla base della gerarchia dei peccati elaborata qualche anno prima da Tommaso d’Aquino. La sodomia è per lui un peccato, ma la condanna in nome della legge cristiana coesiste con la pietà dell’uomo nei confronti della fragilità umana e si tratta comunque di un peccato che non esclude né la riverenza affettuosa né il rispetto ammirato per Brunetto e per i grandi fiorentini che sono insieme a lui. Insomma la sodomia non era per Dante una “malattia” di cui provare vergogna come sarebbe stato in epoca moderna. Ad alcuni critici è parsa anche strana la collocazione di Brunetto tra i sodomiti, perché, si è detto, non esistono altre testimonianze, prima di questi versi della sua sodomia.

Vuoi dire che Dante ha fatto outing a Brunetto Latini?
Anche in questo caso si rischia di compiere l’errore di leggere il passato con le categorie e i pregiudizi dei secoli successivi. L’Ottocento e la prima metà del Novecento hanno elaborato un apparato di saperi omofobi da interessare anche i secoli passati. Così si è arrivati a negare la sodomia di Brunetto estendendo anche al passato l’idea dell’omosessualità come malattia e nelle storie letterarie e nei commenti di Dante non c’è stato più posto per l’omosessualità di Brunetto. Quello che ad alcuni è sembrato una specie di outing di Dante nei confronti del suo maestro non era tale per i suoi contemporanei che evidentemente conoscevano i versi d’amore di Brunetto per il giovane poeta Bondie Dietaiuti, amore occultato solo nei secoli successivi. L’incontro con Brunetto è da considerarsi, come quello con Francesca da Rimini, con Farinata degli Uberti o con altri “peccatori”, un momento di grande complessità dove coesistono l’affettuosa riverenza ma anche i segni del peccato che proprio in quegli anni veniva codificato. Scrivendo la Commedia Dante faceva una scelta risoluta della fede cristiana e nel corso dell’opera sono tanti i momenti in cui emerge il distacco, spesso doloroso, da coloro che erano stati gli ispiratori laici della sua giovinezza e tra questi un posto di rilievo occupa sicuramente il sodomita Brunetto Latini.

Con l’alibi di essere sempre oltre, con l’idea che l’omosessualità ormai non sia più un problema, molti scrittori tendono a non parlarne più, come se certe parole fossero ormai talmente sdoganate da perdere interesse. Tu sei tra i pochi a chiamare le cose con il loro nome e a parlare così esplicitamente di omosessualità.
Temo che sia così. Nel resto del mondo occidentale, il tema dell’omosessualità, della rivendicazione è un po’ venuto meno, perché alcuni diritti sono stati acquisiti e molti scrittori parlano di letteratura post-gay, che non vuol dire non-gay. L’avverbio temporale post attesta la presenza gay e la oltrepassa perché le lotte per la liberazione gay qualche frutto lo hanno dato. C’è una linea di demarcazione tra l’epoca gay e l’epoca post-gay e sono i pacs, il matrimonio gay, l’omogenitorialità, il rispetto per le persone omosessuali.

In Italia non ci sono stati mutamenti culturali?
Sì, molte cose sono cambiate ma si possono ancora offendere gli omosessuali (e molti lo fanno ogni giorno, anche dall’alto di ruoli istituzionali e dal Parlamento) senza alcuna conseguenza. In qualsiasi altro paese civile un parlamentare che dice quello che dicono certi parlamentari italiani sarebbe costretto a dimettersi, da noi no. E così io ho paura che i nostri scrittori si dichiarino post-gay per non parlare più di una realtà che continuano a trovare imbarazzante. Insomma considerarsi post-gay e dire che ormai non ha più senso parlare di rivendicazioni gay in una realtà come la nostra, dove non è stato raggiunto alcun obiettivo legale, è come tornare alla realtà pre-gay, quando parlare di omosessualità non era di buon gusto, tornare insomma all’ipocrisia e al silenzio che in Italia sono stati i mezzi di repressione più potenti ed efficaci.

Qualcuno potrebbe obiettare che tu non sia al passo coi tempi.
Non importa. Io credo che bisognerebbe avere il coraggio, a costo di apparire fastidiosi, di continuare a parlare di omosessualità, e non solo da parte degli omosessuali, perché da noi non è cambiato niente o quasi. E’ un fatto di democrazia che dovrebbe interessare tutta la società. La repressione dell’omosessualità è ancora molto forte, un ragazzino che scopre di essere omosessuale vive ancora un trauma terribile in una società che non lo prevede, e poi la repressione è durata tanti secoli e le forze che la ostacolano sono ancora così potenti che si possono riempire biblioteche con libri che parlano di questo tema. Altro che essere oltre.

Tra le forze ostili alla legittimazione dell’omosessualità cui alludi c’è senz’altro la Chiesa cattolica. Come concili l’amore per un’opera religiosa come la Commedia con il tuo impegno così fermamente laico per i diritti delle persone omosessuali?
La nostra tradizione letteraria, tranne pochissime eccezioni, è tutta religiosa e se dovessimo leggere solo le opere che veicolano i valori di oggi dovremmo azzerare il passato. Le opere letterarie vanno storicizzate, confrontarle con i modelli vigenti quando venivano scritte, non con quelli di oggi. Il passato non si cancella, ma va analizzato con senso storico e spirito critico. E Dante i valori del suo tempo li metteva in discussione, li problematizzava, i papi a lui contemporanei li metteva nell’Inferno e poi le opere letterarie non vanno mai lette come libri di precettistica. Se dovessimo leggere in questo modo i classici non dovremmo leggere i greci e i latini perché accettavano la schiavitù, né dovremmo leggere Celine, Shakespeare e tanti grandi scrittori perché “antisemiti”, “omofobi” o “islamofobi”. L’appiattimento su un presente senza memoria sarebbe una catastrofe. Il mio amore per la Commedia di Dante non nasce comunque dalla sua visione religiosa, ma dalla sua capacità di creare miti straordinari che ancora ci coinvolgono: pensa al tema di amore e morte di Paolo e Francesca o a quello dei limiti dell’umano del conte Ugolino, per fare solo due esempi.

Come giudichi la recente proposta avanzata dall’organizzazione non governativa Gherush92 di non studiare più la Commedia nelle scuole, perché sarebbe un’opera “razzista”?
Mi pare una provocazione. Se serve a sottolineare che un’opera del passato va letta sempre con spirito critico e senso storico, va bene, ma i commenti della Commedia in circolazione, non solo il mio, già lo fanno. Un solo esempio: Dante colloca nell’Inferno gli eretici, perché faceva parte di una cultura chiusa che non prevedeva l’eresia se non come “peccato”, per noi gli “eretici” sono eroi del libero pensiero e a loro innalziamo monumenti. E questo non diminuisce la grandezza poetica di un personaggio come Farinata degli Uberti, condannato da Dante tra gli eretici dell’Inferno, e gli esempi potrebbero continuare. Insomma amare la Commedia non significa certo condividerne alla lettera tutte le sue parole.

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Immagini dell'articolo:

Francesco Gnerre
Francesco Gnerre (foto di Pasquale Quaranta)
Divina Commedia a cura di Francesco Gnerre
La Divina Commedia a cura di Francesco Gnerre
Brunetto Latini
Brunetto Latini (illustrazione di Gustave Doré)

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