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Le storie di Delia

Intervista a Delia Vaccarello, giornalista, scrittrice lesbica e docente di “Media e orientamento sessuale” presso la scuola di giornalismo di Bologna.

di , Cassero magazine, gennaio-febbraio 2006, p. 16

Parliamo di questa offerta formativa: cosa insegni ai tuoi studenti?
Insegno l’Abc: dico di non dare mai niente per scontato, di non cedere alla supponenza del lessico comune giornalistico che troppo spesso sceglie termini inclini al pregiudizio, alla morbosità, allo stereotipo, sia quando si parla di realtà non conosciute, ma anche quando si affrontano argomenti noti. La materia e il suo titolo “Media e orientamento sessuale” sono di mia invenzione. Lanciai l’idea nel corso di un dibattito alla festa de l’Unità di Genova, ormai oltre tre anni fa, tra il pubblico c’era Luigi Valeri, responsabile della comunicazione esterna di Arcigay. Luigi si è innamorato dell’idea, insieme siamo andati dai responsabili delle scuole di Bologna e di Urbino, la nostra proposta è stata accolta. Agli studenti leggo le notizie Ansa o gli articoli di giornale e li invito a riflettere sui tanti modi in cui si può dare una notizia che contiene cenni sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere.

Come rispondono i ragazzi?
I giovani si sono molto appassionati sentendo la mia descrizione della realtà trans. Le loro conoscenze in materia erano, diciamo, avvolte nell’ombra. Una ragazza lo scorso anno ha chiesto la tesi nella mia materia. Abbiamo fatto un lavoro sulla trasmissione I fantastici 5, discutendo la tesi nell’aula dell’ateneo. Abbiamo dimostrato come i media avevano informato della trasmissione con una buona dose di pregiudizi, sia i media generalisti, che molte pubblicazioni di settore. L’entusiasmo dei ragazzi è notevole. Ed è più forte in coloro che scelgono questa professione spinti dal senso di umanità, dal desiderio di parlare del mondo per parlare di noi tutti.

Ma quanti ti chiedono perché lottiamo?
Pochi. Si guarda a noi come individui che lottano a volte per motivi di rivendicazionismo. Ma ogni volta che sento una storia vera e una lotta vera, io sento un’emozione che vale quanto una intera vita. Sento che spesso lungo l’arco di tutta una vita questa emozione aspetta di essere liberata nella pienezza della dignità. Credo che la nostra società censuri l’amore inteso come spinta essenziale per vivere.

Che significa “censura” per te?
Significa taglio doloso o involontario, omissione di informazioni fatta con intenzione o sulla scia di ovvietà di cui il sentire comune è infarcito. Ci sono argomenti tabù censurati dall’opinione comune e non affrontati dai media se non con toni morbosi. Toni che rafforzano i tabù. Un tabù sta diventando l’amore, l’etica dell’amore. Anche quando si guarda alla battaglia di liberazione di gay, lesbiche e trans, non si pensa a una lotta che ha come obiettivo la liberazione di realtà di amore. Amore è una parola che va declinata a più livelli: personale, civile, politico, esistenziale, artistico.

Sei mai stata censurata nel tuo lavoro?
Ho incontrato la censura quando un argomento non trovava spazio perché considerato non interessante per una presunta maggioranza. Si presume sempre qualcosa, e finiamo con l’essere censori e presuntuosi! La censura è l’opposto della curiosità. Ma attenzione: scegliere non significa mai fare censura. Scegliere è essere responsabili di ciò che si mette da parte. La censura non ragiona, è frutto di paure e di sopruso.

E nella vita?
Sono stata censurata perché la mia forza e il mio sforzo di essere indipendente sono stati interpretati come arroganza. Noi donne siamo allevate spessissimo in base a un principio: quello della dissuasione ad esistere. Alle ragazze non si indica quasi mai l’ampia ruota di possibilità cui hanno diritto di accesso nella vita. Le si educa a un senso del limite mortificante e limitante. Si taglia loro le ali. Questa censura ha colpito me come tante altre e ho lottato tantissimo per ricomporre i lembi delle ferite.

Qual è lo stereotipo che ti infastidisce di più?
L’immagine del diverso inteso come anormale. Ciascuno di noi è diverso, stop. Invece ci sentiamo così falsamente rassicurati da chi ci è apparentemente simile.

Se ti dico “normalizzazione”, a cosa pensi?
Penso alla fine della creatività, una condizione spaventosa.

La scrittura vien leggendo?
No, la scrittura non viene leggendo. Ci sono lettori e lettrici voraci che diventano al massimo scrittori e scrittrici noiosi. Ma ci sono scrittori e scrittrici illuminati che forti della propria ispirazione si coltivano, in maniera indispensabile, attraverso ottime letture. La scrittura è nascita e creazione.


E un’ottima lettura è L’amore secondo noi, l’ultima fatica di Delia Vaccarello (Mondadori). Sette storie di adolescenti alla ricerca della propria identità. Lo stile narrativo è materno, delicato, generoso in amore e humor. «I ragazzi – scrive l’autrice – si stanno cercando dove voi non immaginate…».

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Immagini dell'articolo:

Delia Vaccarello
Delia Vaccarello e Pasquale Quaranta ritratti da Susy D'Urso © p40.it

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