p40.it


sito di Pasquale Quaranta

Sei in: home > articoli > Svolta di Polizia

Svolta di Polizia

Il ministero dell’Interno, su sollecitazione dei Radicali, cambia un regolamento sul diritto al trasferimento dei poliziotti e per la prima volta usa l’espressione “famiglia di fatto” senza aggiungere che deve essere necessariamente eterosessuale. Un piccolo passo in avanti.

di , Pride, novembre 2012, p. 8

Il ministero dell’Interno cancella una discriminazione contro le coppie omosessuali contenuta in una circolare sulla mobilità del personale di polizia: i benefici previsti per le coppie coniugate sono ora estesi anche alle famiglie di fatto. Un passo in avanti nel dialogo possibile tra associazioni glbt e forze dell’ordine.

La modifica che ci rende giustizia riguarda una nota a piè pagina nella circolare del 14 maggio scorso dal titolo “Disciplina della mobilità a domanda del personale della Polizia di Stato dei ruoli di sovrintendenti, assistenti, e agenti, che aspirano a cambiare sede di servizio”. Tradotto dal burocratese significa regolamento per chi lavora in polizia e vuole cambiare luogo di lavoro.

Bene: i punteggi per le graduatorie che stabiliscono chi ha diritto a cambiare sede si attribuiscono anche sulla base delle esigenze familiari. E qui cascava l’asino, perché il ministero considerava famiglie solo i nuclei costituiti da “due persone di sesso diverso che convivono, more uxorio, coabitando stabilmente insieme agli eventuali figli naturali riconosciuti o dichiarati”.

Il riferimento al sesso delle persone implicava, com’è evidente, un’esclusione automatica delle coppie omosessuali. A spiegare al Viminale quanto la circolare fosse “contraria al principio di uguaglianza e oggettivamente discriminatoria nei confronti di gay e lesbiche” sono stati i volontari dell’associazione Certi diritti e il senatore radicale Marco Perduca.

Tutto è iniziato con un esposto all’Ufficio nazionale antidiscriminazioni del ministero per le pari opportunità (Unar) e all’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad) istituito, ironia della sorte, proprio dalla polizia di stato e dai carabinieri. “Il 10 luglio scorso”, ci spiega Perduca, “abbiamo incontrato i vertici dell’Osservatorio, persone attente alle nostre ragioni e soprattutto interessate alle soluzioni che avevamo individuato per eliminare questa ingiusta discriminazione. Ne abbiamo discusso e ci siamo salutati con l’impegno di rettificare la nota, che non sarebbe comunque cambiata fino a ottobre per motivi tecnici”.

La parola è stata mantenuta e il 20 settembre scorso, con un po’ di anticipo rispetto alla tabella di marcia, il ministero dell’interno ha riscritto la nota stonata: “I punteggi previsti per le esigenze del nucleo familiare”, si legge nella nuova circolare, “si intendono estesi alle analoghe esigenze della eventuale famiglia di fatto. La coabitazione deve risultare da certificazione anagrafica”.

Il documento porta la firma del prefetto Francesco Cirillo, direttore centrale della polizia criminale. Fu proprio lui a dichiarare lo scorso giugno a l’Espresso di avere l’intenzione di “cancellare l’immagine della polizia manganello e machismo e di prevenire e combattere ogni traccia di discriminazione tra le nostre donne e i nostri uomini”. Un cambiamento epocale che inizia proprio dal vertice, dalla consapevolezza del capo della polizia, Antonio Manganelli e del suo vice, Francesco Cirillo, della necessità di voltare pagina: “Spesso i gay”, dichiara quest’ultimo, “hanno paura di denunciare un’aggressione omofoba, magari in famiglia o sul lavoro nessuno conosce il loro orientamento. Questo rende difficile dare la caccia ai criminali. Gay, lesbiche e trans devono sapere che nella Polizia ci sono agenti preparati. Questo romperà il velo del silenzio”.

Quali sono le condizioni in cui lavorano gay e lesbiche oggi nelle forze armate? Simonetta Moro, presidente di un’associazione che li riunisce sotto il nome di Polis Aperta, ci dice che “sono una cinquantina, al momento, le persone iscritte provenienti soprattutto dalla Polizia locale e dalla Guardia di Finanza. Ma il timore di essere discriminati spinge ancora gli agenti a isolarsi nell’anonimato”. Una zona d’ombra poco indagata anche dalla pubblicistica italiana ferma al 2006 con il libro di Giulio Russo, Non chiedere, non dire? Vite di gay in divisa (Ombre corte).

“Il problema è a monte”, ci spiega Luigi Notari, quadro storico del Sindacato dei lavoratori di polizia (Siulp). “Esiste una mentalità di apparato di giovani educati a obbedire più che a criticare, persone reclutate attraverso l’esercito che hanno un sistema medico proprio, interno, un cappellano militare, tutta una vita insomma separata dal resto della società. Entrano in Polizia con un semilavorato mentale molto strutturato. I corpi in uniforme, in queste organizzazioni militari, totali, tendono a conformarsi alle gerarchie, difficile quindi parlare di differenze. Spero che queste piccole conquiste, come la modifica di una circolare, non siano solo operazioni di facciata ma possano migliorare concretamente la vita dei poliziotti che hanno difficoltà a venir fuori”.

Polis Aperta vuole incontrare la ministra dell’interno Anna Maria Cancellieri: “Quando due anni fa”, racconta Simonetta Moro, “era ancora commissaria a Bologna facente funzioni di sindaco, Cancellieri mi ha autorizzata personalmente a indossare l’uniforme per partecipare al convegno della European Gay Police Association a Vienna, autorizzazione senza precedenti in Italia”.

Un’altra goccia nel mare. Ma all’orizzonte c’è ancora uno scoglio da superare: la circolare numero 55 diffusa nell’ottobre 2007 dall’allora Ministro dell’Interno Giuliano Amato. “Il nostro ordinamento”, si legge nel documento, “non ammette il matrimonio omosessuale e la richiesta di trascrizione di un simile atto compiuto all’estero deve essere rifiutata perché in contrasto con l’ordine pubblico interno”.

Torna su ^