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Riparare i terapeuti

Un convegno internazionale su “Omosessualità e psicoterapie” organizzato a Roma punta i riflettori sulle pratiche di ispirazione religiosa che in pieno XXI secolo ancora tentano di convertire all’eterosessualità i pazienti gay.

di , Pride, 1 dicembre 2009, pp. 14-15

Ci voleva un convegno internazionale per ribadire con forza che l’idea di curare l’omosessualità è fuori dal mondo. E proprio per questo il 7 novembre scorso Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, ordinario presso la facoltà di psicologia 1 dell’università La Sapienza di Roma, ha promosso la giornata di studio “Omosessualità e psicoterapie”.

Considerata l’autorevolezza dei relatori, italiani e stranieri, le oltre 1500 richieste di iscrizione, la sede prestigiosa (la Biblioteca nazionale di Roma) e l’organizzazione impeccabile, il convegno si colloca tra i più importanti mai tenuti in Italia su questo argomento. Finalmente si entra dentro l’annosa questione delle cosiddette “terapie riparative” o di riconversione sessuale, si prende la parola e si risponde in modo qualificato.

Il condizionamento terapeutico dell’orientamento sessuale si discute sotto diversi profili: quello deontologico (è un giusto fine?), scientifico (ricerche affidabili ne dimostrano la praticabilità?), psicologico (cosa spinge una persona a chiedere di modificare il proprio desiderio?), sociale (la richiesta di “riorientamento” deriva da una pressione alla conformità?), religioso (c’è un conflitto di “valori” tra essere omosessuale e anche cattolico o musulmano o ebreo? E se tale conflitto esiste, viene prima il precetto o il vissuto?).

I trattamenti per modificare l’orientamento omosessuale non appartengono solo ai tentativi delle scienze della psiche ottocentesche. Anche se negli ultimi decenni è emerso che il “problema” da affrontare non è l’omosessualità, bensì l’omofobia, una minoranza significativa di terapeuti non si arrende a una concezione non patologica dell’omosessualità e porta avanti il tentativo di aiutare clienti/pazienti lesbiche, gay e bisessuali a diventare eterosessuali.

Secondo uno studio condotto da Annie Bartlett della St. George’s University di Londra, il 17% di un campione di 1328 professionisti della salute mentale inglesi riferisce di aver adottato interventi orientati a modificare le preferenze sessuali dei pazienti omosex.

Il convegno chiarisce, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che l’omosessualità non è una malattia (dal 1973, come sappiamo, l’American Psychiatric Association (Apa) ha eliminato la diagnosi di “omosessualità” dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), e che data la mancanza di prove empiriche sull’efficacia di questi trattamenti, proporli è quantomeno imprudente e dannoso. Non si può offrire una terapia priva di requisiti basati sull’evidenza in grado di provarne l’efficacia e coloro che utilizzano i media piuttosto che le riviste scientifiche specializzate sono ormai smascherati: chi testimonia su internet e nelle chiese di essere “guarito” dalla sua “ferita” in genere occupa una posizione dirigenziale all’interno di uno dei gruppi – ma forse sarebbe meglio dire aziende – che cercano di curare le persone omosessuali, quali “Exodus”, “Courage”, “Living Waters”.

La testimonianza di molti pazienti sottoposti a terapia riparativa ci informa sui danni di tali pratiche e sul senso di finzione che permea la vita di persone omosessuali che cercano di vivere come se fossero eterosessuali nella speranza che questo cambi davvero il loro orientamento sessuale.

Jack Drescher, membro dell’Apa, esprime preoccupazioni di tipo etico in relazione alle “pratiche selvagge e marginali dei ‘terapeuti’ della conversione sessuale”. In risposta al crescente interesse dei media, nel 2000 e nel 2007 l’Apa ha preso pubblicamente posizione raccomandando ai suoi professionisti di astenersi dal tentativo di modificare l’orientamento sessuale di un individuo, e di tenere in mente l’adagio medico “primum non nocere”.

Finalmente anche noi in Italia siamo in grado di rispondere ex cathedra a questa offensiva reazionaria. Rispondiamo come persone (omosessuali e non) e come studiosi, ricercatori, docenti che occupano posizioni di rilievo in ambito accademico e che hanno alle spalle pubblicazioni scientifiche di tutto rispetto. Parliamo alla pari, sulla base di esperienze vissute e competenze scientifiche. Siamo in grado di decifrare ed esaminare – come tra gli altri ha mostrato al convegno Paolo Rigliano, psichiatra e psicoterapeuta – i fondamenti teorici, le strategie argomentative, cliniche e religiose, e le finalità di tutte quelle pratiche che mirano a modificare o influenzare “esplicitamente o meno” l’orientamento sessuale dei pazienti.

Per mascherare il fatto che proporsi esplicitamente come “riparatori” implica un’interpretazione morale dell’omosessualità come condizione inferiore, sbagliata o comunque indesiderabile, i moderni “terapeuti” oggi pongono la contesa in altri termini. Consapevoli che non è possibile presentarsi alla comunità scientifica come interlocutori credibili con tesi non dimostrate dai fatti, i nuovi “riparatori” si appellano alla libertà di autodeterminazione e al rispetto dei valori (anche religiosi) del paziente.

L’articolo 4 del codice deontologico degli psicologi italiani sancisce il rispetto di tali valori. “Nell’esercizio della professione”, si legge nel documento, “lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità”.

L’articolo, tuttavia, si presta a interpretazioni diverse. A spazzare via ogni equivoco, Marialori Zaccaria, Presidente dell’ordine psicologi del Lazio, che afferma di non condividere l’idea di un progetto terapeutico che preveda “a priori” quali debbano essere i risultati che il paziente dovrà ottenere, e che sia finalizzato,
da subito, a raggiungere questi obiettivi. In altre parole, un terapeuta non può decidere di cambiare l’orientamento sessuale di un paziente. O almeno questa è la nostra interpretazione.

Non possiamo tacere, infatti, che tale principio secondo il quale “a priori” non si può sapere quale risultato otterrà il paziente si può declinare anche in altro modo. Non ha alcuna difficoltà a confermarlo Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione italiana psichiatri e psicologi cattolici, che interpretando a suo modo il medesimo principio, ribadisce la centralità dei valori religiosi nell’identità narrativa dei propri clienti/pazienti. Cosa dovrebbe fare un terapeuta, si chiede, se il cliente/paziente in forza del proprio convincimento religioso vuole cambiare il proprio orientamento omosessuale? Porre l’interrogativo in questi termini, farebbe desumere che egli, pur non affermandolo esplicitamente, lasci aperta ogni possibilità, tra cui anche quella del riorientamento sessuale.

A questo punto, tra le proposte avanzate al convegno, oltre a quella di sostituire il termine “omofobia” con il concetto multidimensionale di “omonegatività” (dove l’omofobia in senso stretto è solo un fattore nel contesto più ampio di atteggiamenti che coinvolgono il piano sociale, culturale, legale, religioso, morale), ci sembra importante sottolineare proprio la necessità di elaborare linee guida inequivocabili che l’ordine nazionale degli psicologi dovrebbe includere tra i suoi documenti e raccomandare agli iscritti di tener presente per la psicoterapia con clienti/pazienti omo e bisessuali, pena l’espulsione dall’ordine stesso.

Tutto ciò si rende necessario per evitare ulteriori danni alle persone gay, lesbiche e bisessuali causati dai terapeuti riparativi. Per chi volesse rendersi conto con i propri occhi della nocività delle loro pratiche, segnaliamo il documentario Abomination. Homosexuality and the Ex-Gay Movement, che raccoglie le testimonianze di “ex-pazienti” delle teorie riparative e alcune interviste rilasciate da clinici e ricercatori psichiatri e psicologi.


Abomination

Lo scopo principale del lavoro, diretto e prodotto da Alicia Salzer, è mettere in luce le false speranze che il movimento ex-gay offre a quanti si trovino in conflitto con il proprio orientamento omosessuale. I protagonisti del documentario sono quattro “ex-pazienti” delle terapie riparative: Nita, che ha trascorso ben 20 anni a cercare di sopprimere i propri desideri omosessuali; Dave, che pur considerando positivamente il supporto ottenuto dalla comunità ex-gay non ha ottenuto alcun risultato dal “trattamento”; Randy, un ministro dell’Arkansas che descrive le sue personali difficoltà nel voler conciliare l’identità gay con una vita religiosa; e infine Mary Lou, una madre allontanata dalla figlia lesbica per motivi religiosi. Ad accompagnare le testimonianze dei “sopravvissuti”, lo psichiatra Robert Spitzer spiega dal punto di vista scientifico cosa ci dice la ricerca attuale sulle terapie riparative, al di là del sensazionalismo mediatico. Il documentario ci informa sul senso di finzione che permea la vita di persone omosessuali che cercano di vivere come se fossero eterosessuali nella speranza che questo cambi davvero il loro orientamento sessuale.

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Immagini dell'articolo:

Vittorio Lingiardi
Vittorio Lingiardi © p40.it
Omosessualità e Psicoterapie
Locandina Omosessualità e Psicoterapie
Jack Drescher
Jack Drescher © p40.it
Tonino Cantelmi
Tonino Cantelmi © p40.it

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