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Sinodo, quale pastorale con le persone omosessuali?

Gay e lesbiche nella Chiesa cattolica: un cammino possibile.

di , Repubblica.it, 8 ottobre 2015

ROMA – Per una pastorale inclusiva – concepita non solo “per” ma anche “insieme” alle persone omosessuali – bisogna augurarsi che il Sinodo in corso porti a una svolta. Perché nella storia della Chiesa giudizi assoluti, e spesso infondati, hanno a lungo ferito gay e lesbiche, in particolare i credenti. Una prova è arrivata dal coming out di monsignor Charamsa che ha sollevato il tema dell’omofobia in Vaticano.

Quando si tratta delle persone omosessuali, le parole “rispetto”, “accoglienza”, “dialogo” spesso non hanno trovato spazio nella Chiesa cattolica, come riconosciuto in un’intervista a Repubblica dallo stesso cardinale Dionigi Tettamanzi, che ha parlato di “forme di discriminazione” subìte dalla persone omosessuali. Il dialogo, se vuole essere onesto, non può prescindere dall’ammissione di giudizi che tante volte hanno paralizzato le persone (si pensi alle cosiddette teorie riparative, al tentativo di convincere gay e lesbiche a farsi “curare” le loro “ferite”).

Un noto e importante documento vaticano insegna che “l’attività omosessuale impedisce la propria realizzazione e felicità perché è contraria alla sapienza creatrice di Dio” (Congregazione per la dottrina della fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali). Questo giudizio deriva dall’enciclica Humanae Vitae, secondo la quale esiste una “connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo”.

Da alcuni decenni, com’è noto, questa dottrina tradizionale è ampiamente disattesa e apertamente contestata, perfino in alcuni ambienti della Chiesa. Il sesso solitario, l’uso degli anticoncezionali, l’atto omosessuale non vengono più considerati in se stessi un male, perché si ritiene che la dottrina tradizionale non tenga adeguatamente conto di tutti gli aspetti della natura umana, oggi conosciuti grazie anche alle scienze umane, e perché si ritiene che le ragioni addotte a sostegno della dottrina tradizionale non siano più solidamente fondate.

È vero che mai come oggi – con il Sinodo iniziato da pochi giorni – il tema è al centro della discussione nel mondo cattolico ma la condizione delle persone omosessuali nella Chiesa resta complicata.

Da una parte, i documenti e i testi vaticani insegnano che l’omosessualità ostacola gravemente un corretto relazionarsi con donne e uomini, che l’omosessualità è collegata a una immaturità psicologica, che la condizione omosessuale è disordinata, che gli atti omosessuali impediscono di realizzarsi e di essere felici, che l’amore delle persone omosessuali è contrario alla volontà di Dio, che le coppie gay e lesbiche legalmente riconosciute sono un pericolo per l’umanità.

Dall’altra, i risultati sicuri delle scienze umane mostrano che l’omosessualità non impedisce corrette e sane relazioni umane e che il riconoscimento legale delle coppie gay e lesbiche giova alla società; le coppie omosessuali e le loro famiglie sperimentano che il loro amore li rende felici e che l’omosessualità è per loro una delle opportunità della loro vita e non un problema; varie ricerche filosofiche, bibliche, teologiche mostrano che non ci sono ragioni stringenti per seguire la teoria secondo cui la condizione omosessuale è disordinata e l’amore delle coppie gay e lesbiche è contrario alla volontà di Dio.

Di fatto, le persone omosessuali non possono prendere la parola – argomentando sulla base dei risultati sicuri delle scienze umane, dell’esperienza loro e delle loro famiglie, delle ricerche filosofiche, bibliche e teologiche – per mostrare che le loro ragioni sono le ragioni della Chiesa e non un loro capriccio, per chiedere di riesaminare quei giudizi discutibili, pena l’accusa di fare del male a se stesse e alla Chiesa.

Un’accusa che, tanto più per chi occupa un posto di rilievo nella gerarchia ecclesiastica, si traduce nel silenzio obbligato o nell’espulsione (come nel caso di monsignor Charamsa). La logica che genera l’accusa è chiara: poiché tali giudizi sono verità insegnate dall’autorità garante del bene della Chiesa, mostrare che sono infondati o discutibili, addirittura il solo chiedere di riesaminarli, costituisce un rifiuto della verità, una disobbedienza all’autorità, un attentato al bene della Chiesa.

Che fare dunque in questo contesto? Il 3 ottobre si è svolta a Roma una conferenza internazionale di cattolici omosessuali intitolata Le strade dell’amore. Ne hanno parlato in pochi. La novità emersa dalle testimonianze di persone provenienti da 13 Paesi diversi è che nelle Chiese cristiane gay e lesbiche credenti sono protagonisti di una grande novità: dicono apertamente con le parole e con i fatti che tra esperienza omosessuale e vita cristiana non esiste alcuna inconciliabilità. Si tratta di una rivoluzione d’amore e in quanto tale non violenta. Perché la comunità non può accoglierla con gioia? Perché la celebrazione di questo amore non può avere la dignità di matrimonio?

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